Oggi, sarà l’imminente arrivo del ciclo, o questo cielo livido, ma vi dirò, mi sento particolarmente sentimentale. Il che non preannuncia proprio nulla di buono.

Per fortuna, non è in questo particolare stato d’animo che ho assistito alla visione di Inside Out, il lungometraggio di Pete Docter, o sarebbero state sicuramente copiose lacrime quelle che avrebbero reso incommestibili e mollicci i miei croccanti popcorn.

Detto questo, non so se ve ne freghi, ma essendo un film di cui tanto si sta parlando in questi giorni, mi sono domandata a cosa è dovuto l’enorme successo che ha riscosso.

Novanta minuti di puro godimento in animazione iper colorata, chiusi con stile e delicatezza unici. La storia è quella di Riley che a 11 anni  è costretta a trasferirsi con la famiglia dal Minnesota a San Francisco. Ma il film diventa un capolavoro nel momento in cui la prospettiva assunta è quella delle emozioni che si agitano all’interno della bambina: Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia albergano nel cervello di Riley e ne guidano l’agire da una sorta di plancia di comando.

Cercherò si spoilerare il meno possibile.

La morale sottostante

inside out 1Si può essere felici solo passando attraverso un qualche dolore. La morale definitiva di tutto il film risiede in questo. E cosa rende empatici tra di loro gli esseri umani se non la consapevolezza di un comune sentimento, la tristezza, che siamo destinati a provare tutti almeno una volta nella vita? A cadere, infatti, è un colosso dello stereotipo narrativo hollywoodiano: quello per cui l’obiettivo è sempre il sorriso, la felicità, la realizzazione positiva di qualsiasi proposito. La gioia sì, ma quella pienamente realizzata passa anche attraverso la tristezza; una illuminazione non da poco.

 

 

Le isole della felicità

inside out 2L’isola della famiglia, dell’onestà, dell’amicizia, dell’hockey, la stupidera. In un contesto in cui la costruzione della personalità della protagonista assume un ruolo centrale, lo sgretolarsi progressivo delle ‘isole’ faranno vacillare speranze e certezze. Ma il quotidiano processo di maturazione e una nuova consapevolezza le faranno risorgere più solide di prima.

Le emozioni

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La rappresentazione delle emozioni è un’idea di rara finezza. Nel quartier generale, a governare le reazioni della bambina c’è un affiatato e buffo quintetto di emozioni antropomorfe: la leader è Gioia, solare, con corpo da fata, perché la gioia non poteva che essere personificata da una stella; accanto a lei ci sono Tristezza, cosa se non una lacrima?; Paura, viola e magrissimo ricorda tanto un nervo scoperto; Rabbia, un mattoncino che dà spesso in escandescenza; Disgusto, verde e stilosa, ricorda un broccolo, che nella cultura americana è la verdura più detestata dai bambini. Solo cinque le emozioni immaginate dalla Pixar alla guida dell’umanità, eppure una combo perfetta.

 

L’ironia

inside out4Non potrete non ridere di gusto. Esilaranti e ben costruite le battute che fanno da intermezzo, riuscendo a bilanciare perfettamente i momenti di riflessione.

Il sacrificio di Big Bong

inside out 5L’amico d’infanzia Big Bong: la metafora di ciò a cui bisogna rinunciare per poter crescere, l’abbraccio saldo e confortevole da cui non vorremmo mai separarci, ma che a un certo punto bisogna sciogliere per proseguire il cammino.

La memoria a lungo termine

inside out 6Alcuni ricordi, come i nomi dei Presidenti o gli spartiti di una melodia, possono essere dimenticati senza troppe conseguenze. Altri, come quelli relativi all’infanzia, occorre preservarli accuratamente. 

La famiglia

inside out 8Un film che tocca uno dei legami più profondi, quello familiare, che si snoda attraverso scelte, contrasti e momenti di spensieratezza. Immedesimazione assicurata; forse, il vero trucco del successo di questo lungometraggio.