Arrivati ai primi di aprile, ci stiamo man mano abituando a questa vita surreale. Almeno fin quando si rimane in casa, tranquillità e lucidità si stanno riprendendo l’enorme spazio finora occupato da panico e preoccupazione.

Ci si attrezza con lezioni, appuntamenti, aperitivi e giochi da tavolo virtuali; guanti e disinfettanti sono ormai oggetti della quotidianità (almeno per chi riesce a trovarli al supermercato).

La speranza era che la quarantena durasse poco… e invece!

Ma per quanto banale, noioso e ripetitivo possa essere dichiarare una cosa simile alla quarta settimana di quarantena, è bene ricordarsi fino a che punto le nostre vite nei primi giorni di marzo siano state stravolte.

È il caso di dirlo: solo tre settimane fa la speranza era quella che la quarantena durasse poco, magari due settimane, e che la data del 3 aprile fosse del tutto precauzionale.

Si potrebbe dire che per più di una settimana a regnare sia stata l’incertezza; ma non è così, a meno che non siate stati straordinariamente in grado di controllare le vostre emozioni. Guardandoci in giro, possiamo dire che l’incertezza è durata poco. A giudicare dai social, pochissimo.

Ansia e timore, quando non panico e psicosi, hanno soppiantato l’incertezza entro qualche minuto. La mancanza di sicurezza percepita ha portato talvolta a risultati ridicoli, come chi, autonominatosi garante dell’ordine pubblico, si è recato sul Monte Fasce, vicino Genova, denunciando al 112 i gitanti lì presenti, salvo poi non saper spiegare perché si trovasse nello stesso posto.

È un caso estremo, ma dà un’idea della confusione di quei giorni.

Come gestire il caos? Il caso del Politecnico di Milano

Quali possono essere gli strumenti in mano alle istituzioni per gestire il caos? Vorrei proporvi un modello di comportamento istituzionale, che ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle.

Il modello in questione è il Politecnico di Milano, che frequento come studente.

In Lombardia, la chiusura delle scuole e delle università fino a data da destinarsi è stata annunciata il 22 febbraio. Da quel giorno in poi le notizie ufficiose hanno preso a circolare a velocità furiosa: presunte fughe di notizie sul rientro in aula si sono alternate a comunicazioni di servizio fasulle sull’apertura o chiusura delle biblioteche. Il silenzio assordante degli organi ufficiali d’ateneo durante le prime ore si è presto interrotto: già dal giorno dopo, il 23 febbraio, sono arrivate le prime comunicazioni sul sito.

A rendere il Politecnico un modello, però, non è stata tanto la tempestività, quanto la costanza. Tali comunicazioni sono infatti diventate presto lettere, inviate a cadenza giornaliera, firmate dal Rettore e spedite via mail a tutti gli studenti, docenti e personale amministrativo.

Queste lettere si sono affermate come unico tramite tra l’ateneo e le persone. Tale unicità ha tagliato le gambe alle fake news, in quanto non c’è più stato tempo per diffonderle (ogni giorno esce una lettera, a smentirle), e nemmeno spazio speculativo dove tali menzogne possano muoversi, troppo strette fra i rigidi paletti delle verità inflessibilmente uscite dalla lettera del Rettore. Ciò è stato possibile citando i temi all’ordine del giorno su cui non si è ancora trovata una quadra, e ricordando come non appena si fossero trovate delle soluzioni praticabili, queste sarebbero state rese note in una lettera, e da nessun’altra parte.

L’importanza di una comunicazione istituzionale organizzata

Grazie a questo saggio approccio comunicativo, la stabilità della mia carriera universitaria è stata un pilastro su cui appoggiarsi in quei giorni tumultuosi. La narrazione delle decine di problemi organizzativi, che nascono spostando un’università fisica da 45.000 studenti in rete da un giorno all’altro, è sempre stata accompagnata dal rassicurante pensiero che svariate decine di persone stessero lavorando alacremente per consentire a tutti noi di ritrovare un po’ di normalità nelle nostre vite.

Per quanto la sfida universitaria fosse estremamente più semplice di quella governativa, non posso fare a meno di notare quanto la comunicazione del Presidente del Consiglio sia stata carente, rispetto a quella d’ateneo.

Che sia chiaro: del senno di poi son piene le fosse, come ci ricorda Manzoni, e sarebbe ridicolo additare Conte o la sua squadra come responsabili di un approccio inadeguato; le situazioni sono del tutto incomparabili. Il mio, semmai, vuole essere un suggerimento.

Non posso fare a meno di notare che, da quando negli ultimi giorni le conferenze stampa del Presidente si sono diradate, se non trasformate in video preregistrati, la fiducia nell’operato del Governo sia drasticamente calata, e il quieto e consensuale brusio dei primi di marzo stia crescendo in una moltitudine di voci rumorose e dissidenti. A emergenza sanitaria ancora pienamente in corso, non c’era da augurarselo.