Il 2 aprile l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità la risoluzione sulla solidarietà globale e la cooperazione internazionale contro la pandemia di coronavirus (Covid-19) in cui, tra le altre cose, si invitano gli Stati ad una “cooperazione internazionale intensificata per contenere, mitigare e sconfiggere la pandemia, attraverso lo scambio di informazioni, sapere scientifico, pratiche e attraverso l’applicazione delle linee-guida raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”.

Questa risoluzione sottolinea quanto la divulgazione delle ricerche scientifiche condotte su Covid-19 sia fondamentale per combattere il virus, ma siamo sicuri che tutti gli Stati si stiano impegnando allo stesso modo?

Ancora oggi, a distanza di mesi, non è chiaro il momento in cui il virus partito da Wuhan, nella regione cinese dell’Hubei, ha iniziato a diffondersi.

Comparsa del Coronavirus tra ottobre e novembre

Era il 31 dicembre quando le autorità sanitarie locali segnalavano dei casi insoliti di polmonite interstiziale ed era il 9 gennaio quando veniva individuato il patogeno responsabile, appartenente alla famiglia dei Coronavirus. Nonostante il problema sembrerebbe quindi essere sorto all’inizio del 2020, alcuni membri della comunità scientifica accusano Pechino di un ritardo nella comunicazione dei contagi.

Un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, ricostruendo la storia del virus, ha posizionato la sua comparsa tra ottobre e novembre e ha riscontrato un’impennata dei contagi a dicembre.

L’ipotesi è che i primi casi siano stati taciuti dal Governo cinese e che l’allarme sia partito solo quando l’epidemia era già in stato avanzato. Oltre a questo, non si possono trascurare i numeri forniti dalla Cina sui contagi e sulle vittime, più volte ritenuti “al ribasso”.

n tutta la Nazione, infatti, sono stati rilevati 84.325 casi e 4.642 morti, un dato irrisorio se si considera che negli Stati Uniti, pur tenendo conto del fatto che le misure di sicurezza lì adottate siano meno rigorose, si sono registrati 1.154.985 casi e 61.906 morti.

A rendere la situazione ulteriormente complessa si aggiunge anche il problema riguardante la condivisione dei dati scientifici sul virus.

L’inchiesta della CNN

Il 16 aprile la CNN ha pubblicato un’inchiesta in cui si accusa il Governo cinese di aver imposto restrizioni alla pubblicazione di documenti scientifici inerenti a Covid-19. La direttiva, che prevede l’obbligo di sottoporre i documenti a tre livelli di approvazione (comitati accademici delle università, ministero dell’Educazione e task force operante sotto il controllo del Consiglio di Stato), è apparsa sul sito web dell’Università Fudan di Shanghai ed è stata rimossa poche ore dopo.

Sempre secondo la CNN questo sarebbe l’ennesimo tentativo di Pechino di veicolare la narrazione storica sulle origini del virus e sulla gestione da parte del Governo dell’emergenza sanitaria.

Tutto ciò pone al centro dell’attenzione una tematica sottovalutata ma molto importante: l’impatto che l’emergenza sanitaria ha sui diritti umani.

Prima di tutto, si rischia una violazione del diritto alla salute sancito dall’art. 12 del Patto sui diritti economici, sociali e culturali che al comma 2 recita “Le misure che gli Stati parte del presente Patto dovranno prendere per assicurare la piena attuazione di tale diritto comprenderanno quelle necessarie ai seguenti fini: (…) la profilassi, la cura e il controllo delle malattie epidemiche, endemiche, professionali e d’altro genere”.

Ed è proprio in relazione a queste “misure necessarie” che si pone il problema. Il numero di posti letto delle terapie intensive si è rivelato insufficiente negli ospedali di tutto il mondo e, soprattutto nei Paesi più vulnerabili dove l’allestimento di nuovi reparti di rianimazione in pochi giorni è impensabile, ciò rischia di tradursi nell’esclusione di alcuni dall’accesso a cure adeguate per mancanza di risorse.

Si poteve evitare?

La domanda che sorge è: tutto ciò si poteva evitare? È difficile dare una risposta, ma una cosa è certa: dopo la Cina, il resto del mondo ha sottovalutato per settimane l’emergenza sanitaria ritrovandosi impreparato di fronte al dilagare della pandemia e, malgrado le immagini di Wuhan deserta nel bel mezzo del lockdown avrebbero dovute essere un sufficiente campanello d’allarme per correre ai ripari, la presunta reticenza del Governo cinese potrebbe aver giocato la sua parte.

John McKenzie, membro del comitato di emergenza dell’Oms, riferendosi all’attività di Pechino ha dichiarato “penso che ci sia stato un periodo in cui il report dei casi e la comunicazione siano stati carenti (…) se fossero stati un po’ più forti prima, avrebbero potuto limitare il numero di casi non solo in Cina, ma anche all’estero”.

Quindi se da un lato c’è stata una inadeguata risposta sanitaria degli Stati, che mette in pericolo il diritto alla salute di ogni individuo, dall’altro lato c’è l’ipotesi secondo la quale se Pechino avesse collaborato di più, le conseguenze dell’epidemia sarebbero potute essere meno devastanti. Ed è evidente che, se questa ipotesi venisse confermata, il comportamento della Cina integrerebbe una violazione dell’art. 56 della Carta delle Nazione Unite che sancisce il dovere degli Stati di impegnarsi “ad agire, collettivamente o singolarmente, in cooperazione con l’Organizzazione per raggiungere i fini indicati all’articolo 55”, tra cui il rispetto e l’osservanza universale dei diritti dell’uomo.

Il diritto alla scienza

C’è poi da considerare un diritto contestuale al diritto alla salute, che è il diritto alla scienza, disciplinato nell’articolo 15 del Patto sui diritti economici sociali e culturali, ratificato anche dalla Cina, che sancisce sia il diritto degli scienziati alle libertà indispensabile per la ricerca, come quello di condividere le scoperte, sia il diritto di ogni essere umano a godere dei risultati del progresso scientifico e delle sue applicazioni.

Non si può negare che se la Cina stesse davvero censurando i documenti scientifici “scomodi”, come affermato dalla CNN e da alcuni ricercatori universitari cinesi, tale comportamento sarebbe in contrasto con il diritto alla scienza.

Ma c’è di più, questa violazione non solo pregiudicherebbe l’intera comunità scientifica, che non avrebbe accesso a dati utili per la ricerca del vaccino, ma indirettamente pregiudicherebbe il diritto alla salute di ognuno di noi.

La pandemia ha sicuramente instaurato un dibattito all’interno della Comunità Internazionale sull’affidabilità della Cina come protagonista globale, con la conseguenza che, quando tutto questo sarà finito, bisognerà fare i conti con un nuovo tipo di società e con un nuovo concetto di cooperazione internazionale.

Fonti:
https://edition.cnn.com/2020/04/12/asia/china-coronavirus-research-restrictions-intl-hnk/index.html
https://www.ft.com/content/8ede7e92-4749-11ea-aeb3-955839e06441