L’estate di uno studente universitario é pressoché monocolore, scalfita nel tempo con la cadenza di un luogo comune.

PRIMA FASE D’ESTATE: STUDIO NOCIVO

Quella della battaglia con se stessi e con il mondo. Piuttosto l’aria condizionata sulla noce del collo, ma il sole che eleva pure il ph, meglio depistarlo.

In lotta con ventilatori poco svegli e troppo vintage, la sessione estiva fa male al cuore come un rigatone al sugo di troppo a casa di nonna.

SECONDA FASE: LA LIBERTÀ

Ha il sapore dell’ultima patatina rimasta nel pacco. Il tempo di una spalmata di crema e tutto sembra già esaurirsi acido nell’aria.

Le vacanze, quelle agognate e tanto attese sono in realtà preventivate con largo anticipo. L’universitario si accaparra l’offerta migliore già a partire da marzo, quando ancora la rondine non fa manco primavera.

Sogna un cassetto rimpinzato di palme, acque limpide e Winner Taco sotto l’ombrellone. Sogna una cena all’aria aperta con l’odore della citronella che fluttua nell’aria. La lotteria fra le mete è ormai un cliché.

Ibiza, con una tradizione che la precede.

Pag, vicina alle coste italiane, sempre al passo coi tempi ed economica quanto basta.

La Grecia che, se per chi frequentava il liceo classico è rimasta un incubo, va tastata con mano almeno una volta nella vita.

Gallipoli, l’ultimo classico italiano tra tamarri coperti di fluo e Paco Rabanne, pogate sulla spiaggia, Samsara Beach sulla bocca di tutti e orizzonti mozzafiato.

Dai viaggi organizzati in gruppo, con le testimonianze copiose dei reduci più entusiasti, a quelle con gli amici di sempre a decidere di chi sia il posto guidatore per il cornetto caldo delle 6.

Ci sono anche quelli del last minute che, se il progetto gli riesce a regola d’arte, ricavano dalla loro inadeguatezza un’estate apprezzabile e una gran botta di culo, ma ci sono anche quelli che finiscono arenati tra Cesenatico e Riccione.

Spostamenti in barca a vela per i più avventurieri (o per i più snob), spiagge libere per chi non ha nulla da chiedere, pomeriggi al mare per quelli che la mattina aprono gli occhi solo per bere qualche sorso d’acqua.

Tre settimane, un mese per più fortunati, di una vita che sembra eterna perché tra limonate ed aranciate nessuno torna a casa a mani vuote.

Lo studente esce dal letargo: sfoga le sue repressioni più ricorrenti, stringe a braccia larghe il mondo, si depila, assume il colore di una persona più viva che vegeta, e resetta la mente da demoni e paure.

TERZA FASE: DA FERRAGOSTO IN POI

Dal 15 agosto con salsicce e pancetta, c’è la chiosa dell’estate, quella in cui il cemento è ancora bollente e l’acqua del mare più bella nelle ore del tramonto.

Lo studente si responsabilizza e diviene consapevole del fatto che, se pure nel pieno delle sue forze, le vacanze si stanno riducendo a strascico.

I libri vanno riaperti e Dio solo sa perché l’università italiana preveda gli esami a settembre.

La maggior parte dei tentativi sono mal riusciti: la natura, il sole, il mare, i terrazzi e i dondoli non conciliano la concentrazione perché, se fossero stati creati per quello, ad oggi, saremmo tutti laureati solo a guardarli.

Quelli sono fatti per essere vissuti e non per forzare l’entusiasmo di noi poveri pellegrini, col peso sulle spalle di un libro troppo lungo perché ci accompagni al primo appello, e troppo sudato per essere letto con 40 gradi.

Instagram non vede più foto caricate, perché nessun filtro sarebbe in grado di ridarvi le vostre settimane precedenti.

Con gli sforzi fatti al mattino, quelli di sfogliare raccoglitori ancora vuoti, vaneggiati da gite fuori porta e serate a bordo piscina che, chi se ne frega che l’esame sia il 3 settembre, e poi con i pianti a cena il 2 settembre, versando lacrime calde per aver preferito un mojito ad un libro.

E onestamente, meglio così.