Subito dopo il titolo, il laureato italiano è pronto a migrare: la disponibilità a lavorare all’estero la dichiara il 47,2% dei laureati (7,3 punti in più rispetto al 2008).

Il 32,1% è pronto a trasferirsi addirittura in un altro continente. E’ diffusa la disponibilità ad effettuare trasferte frequenti (27,8%), ma anche a spostare la propria residenza (49,3). Solo il 2,9% dei laureati non è disponibile a trasferte.

Nel 2018, al di là delle intenzioni, il 5,1% dei laureati italiani di secondo livello lavora all’estero: il 66,2 ha trovato migliori condizioni di lavoro, salari più alti, possibilità di crescita. Il 22,8% dei migranti per lavoro oggi vive nel Regno Unito.

Un terzo degli occupati all’estero ritiene il rientro in Italia molto improbabile, quanto meno nell’arco dei prossimi cinque anni. Chi decide di spostarsi oltre confine per motivi lavorativi ha avuto performance di studio tendenzialmente più brillanti rispetto a chi è rimasto in Italia a lavorare.

Retribuzioni oltre la media per i laureati italiani all’estero

Le retribuzioni medie percepite all’estero sono notevolmente superiori a quelle degli occupati in Italia: i laureati di secondo livello “abroad”, a cinque anni dal titolo, ricevono 2.266 euro mensili netti, +61 per cento rispetto ai 1.407 euro di coloro che lavorano in Italia.

Il recupero delle immatricolazioni

Da quattro stagioni le università italiane recuperano iscrizioni al primo anno: sono le matricole, gli esordienti accademici, che poi rappresentano il dato più significativo.

Almalaurea conferma il dato delle rilevazioni fatte negli ultimi quattro anni da “Repubblica”: dall’Anno accademico 2014-‘15 al 2017-’18 c’è stata una crescita del 9,3%.

È una decisa inversione di tendenza, che ancora, tuttavia, non riesce a riportare lo status iscrizioni al pre-2004. In questi tredici anni il saldo resta negativo di oltre quarantamila matricole con una contrazione totale del 13%.

Negli atenei del Sud la perdita è stata esattamente del doppio: -26%. Il calo si è registrato in tutte le aree disciplinari fatta eccezione per quella scientifica, in cui si rileva un aumento del 13%.

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Gli spostamenti dal Sud

Nel 2018 quasi la metà del complesso dei laureati (45,9%) ha conseguito il titolo nella stessa provincia in cui ha ottenuto il diploma di scuola secondaria di secondo grado.

Il resto, quindi oltre la metà, si è spostato. Il 25,9% in una provincia vicina, il 12,7% si è laureato rimanendo all’interno della stessa ripartizione geografica (Nord-Centro-Sud), il 13,3% ha cambiato macroregione e il 2,3 ha completato il percorso universitario in un ateneo italiano avendo però un diploma conseguito all’estero.

I laureati magistrali biennali (quarto e quinto anno, se realizzati in corso) sono i più propensi alla mobilità geografica per motivi di studio: il 37% ha conseguito il titolo in una provincia “diversa e non limitrofa”.

Le migrazioni per ragioni di studio sono quasi sempre dal Mezzogiorno al Centro-Nord. La quasi totalità dei laureati (97,2%) che ha ottenuto il titolo di scuola secondaria di secondo grado al Settentrione ha scelto un ateneo della stessa ripartizione geografica. E così l’87,8% dei laureati del Centro.

Oltre il 90% dei graduati che proviene dall’estero sceglie – sì – un ateneo del Centro-Nord. Al Sud e nelle Isole il fenomeno migratorio assume, invece, proporzioni considerevoli: il 26,4% decide di conseguire la laurea in atenei del Centro e del Nord, ripartendosi equamente tra le due destinazioni. Il Meridione perde un quarto dei suoi diplomati: un’emorragia di sapere che si riverbera nel lavoro e nella sua qualità.

Crescono di sei volte i cinesi

La quota di laureati di cittadinanza estera è del 3,5% (9.890 in valore assoluto) ed è in crescita dello 0,9% in dieci anni. Una percentuale bassa.

Il 43,5% dei laureati di cittadinanza non italiana ha preso il diploma di scuola secondaria di secondo grado nel nostro Paese. Tra i laureati esteri, il 12,6% proviene dall’Albania e l’11,4 dalla Romania, il 9,2% dalla Cina (era l’1,6 nel 2008). Il 3,6% arriva dal Camerun, il 3,5 dall’Iran, l’1,9 dal Peru.

Laureati italiani felici dei loro atenei

Si conferma elevata la soddisfazione per l’esperienza universitaria conclusa: l’89% dei laureati si dichiara “complessivamente soddisfatto” (nel 2008 era l’86,7).

Per il biennio finale della magistrale si sale al 90,2%. L’86,5% dei laureati è complessivamente soddisfatto del rapporto con il corpo docente. Il 73,6 considera le aule adeguate. Il 70 sceglierebbe nuovamente lo stesso corso e lo stesso ateneo (quota stabile rispetto a dieci anni fa). Solo il 2,4% non si iscriverebbe più all’università.

Occupazione e stipendi

Rispetto al 2014 aumentano il tasso di occupazione e le retribuzioni a un anno dal titolo, ma non si colma la contrazione registrata tra 2008 e 2014.

L’anno scorso il tasso di occupazione, a un anno dal conseguimento del titolo, è stato pari al 72,1% tra i laureati di primo livello e al 69,4% tra quelli di secondo livello (qui si parla del 2017).

Nel primo caso c’è stata una crescita del 6,4% rispetto al 2014, ma la contrazione tra il 2008 e il 2014 è stata (si parla sempre dei triennalisti) di 17,1 punti percentuali.

La retribuzione mensile netta a un anno dal titolo nel 2018, in media, è stata pari a 1.169 euro per i laureati di primo livello e 1.232 euro per i laureati di secondo.

Rispetto all’indagine del 2014 le retribuzioni reali a un anno dal conseguimento del titolo sono in aumento: +13,4% per i laureati di primo livello, +14,1% quelli di secondo.

Nel 2018, a un anno dal conseguimento del titolo, la forma contrattuale più diffusa è stato il lavoro non standard, prevalentemente alle dipendenze a tempo determinato: riguarda oltre un terzo degli occupati. Oltre la metà oggi considera il titolo di laurea “molto efficace o efficace” per lo svolgimento del proprio lavoro.

A cinque anni dalla laurea è occupato l’88,6% dei laureati italiani di primo livello e l’85,5 dei “secondo livello”. I valori sono in aumento rispetto al 2015. In questo caso oltre la metà degli occupati (58,7%) è assunto con un contratto a tempo indeterminato. Ed è coinvolto da professioni smart working o dal telelavoro il 4,7% dei laureati di primo livello. Medici e ingegneri, ancora, sono gli “occupati più rapidi”. In fondo alla classifica i laureati in Giurisprudenza.

Anche tra i “cinque anni” le retribuzioni sono in aumento: lo stipendio mensile netto è pari a 1.418 euro per i graduati di primo livello e a 1.459 euro per il secondo. Rispetto al 2015 si rileva un aumento delle retribuzioni reali sia tra i primi (+2,4%) che tra i secondi (+4,1%).

fonte: Repubblica.it