Vi è mai capitato di svegliarvi la mattina con l’umore già sotto lo zero? Con la paura che, sei consapevole, ti accompagnerà come compagna fidata e dominerà ogni piccola azione della giornata, rendendola, così, insignificante?

Questa non si chiama depressione, è “semplicemente” la più grande paura dell’uomo: la paura di fallire.

I nostri cari greci la conoscevano bene, infatti il sostantivo corretto associato a questo sentimento deriva proprio da loro ed è atelofobia.

Atelofobia, la paura di fallire

La paura di non essere abbastanza capaci, di essere imperfetti o di usare parole improprie. L’atelofobia è classificata come un disturbo d’ansia, che influenza le relazioni personali e che si traduce in un costante senso di inadeguatezza.

Fa credere che tutto ciò che si fa o dice sia sbagliato. Mette in piena crisi la libertà d’espressione dell’uomo, lo piega, lo fa inginocchiare davanti a se stesso in attesa di scoprire se potrà, prima o poi, spezzarlo.

Pertanto non sembra presentarsi come una sensazione positiva, anzi. Eppure bisognerebbe approfondire di più per poterla giudicare. Una persona atelofobica è di per sé insicura, tende ad incolpare se stessa per i propri fallimenti e ritiene erroneamente che verrà accettata dagli altri solo nella misura in cui sarà ineccepibile, perfetta e sempre disponibile nei confronti altrui.

Essendo, tuttavia, una forma di disturbo psico-fisico, dovrebbe poter esistere una “cura”, o almeno un palliativo, che faccia sentire di meno il peso di un qualcosa che è difficile persino da spiegare, figuriamoci da provare.

E il suo opposto, il perfezionismo

Dapprima sarebbe opportuno rivalutare questo disturbo non come vivente a se stante, ma ben saldo all’altra faccia della medaglia che gli fa da fregio, il perfezionismo. Purtroppo, nell’era in cui viviamo il perfezionismo viene visto come una virtù, ma questa ricerca della perfezione, in alcuni casi, può risultare paralizzante, a tratti folle. E’ proprio per questo motivo che l’atelofobia è la conseguenza sostanziale della degenerazione del perfezionismo. Si manifesta piano piano, senza che ci si possa rendere conto in anticipo di stare per essere consumati dal conformismo, dall’omologazione e dalla perdita razionale e raziocinante di se stessi.

Persino guardarsi allo specchio diventa pesante, perché si hanno “modelli di perfezione” irreplicabili che creano nell’animo umano un innaturale stato di ansia repressa. Chi è atelofobico fa della perfezione il proprio, unico e solo, obiettivo, ma non lo raggiunge, poiché gli è impossibile.

Allora resta da chiedersi perché sia impossibile, quando, invece, siamo soliti ripeterci che niente lo è. La motivazione è pressoché intuibile.

Mettere in conto di poter fallire

Raggiungere un obiettivo, più o meno importante, significa, in principio, decidere di dare avvio ad un percorso, la cui lunghezza dipenderà dal peso, a volte gravoso, del suddetto obiettivo. Una volta acquisita tale consapevolezza, non basti pensare di aver già fatto la maggior parte del lavoro, in quanto solo ora viene il difficile: mettere in conto di POTER fallire. Come vedete uso il verbo servile “potere”.

Per gli atelofobici, il fallimento, invece, significherà aver VOLUTO fallire. E’ questo il più grande ostacolo che, ogni, giorno, qualsiasi persona che decida di mettersi in discussione e intraprendere, quindi, una sfida con se stessa deve superare: sapere di poter fallire, accettarlo, rimboccarsi le maniche e riprovare, finché, reduci da un mero e prolungato impegno, si possa finalmente dire di avercela fatta. Questo percorso è lungo, tortuoso, di certo non adatto ai cosiddetti “deboli di cuore”.

Ciononostante, è evidente come ciò sia molto più arduo per chi vive con la perenne paura di deludere, badate bene, non gli altri, ma se stesso. Non è facile riuscirci con le sole proprie forze.

E accettarla…

Come può, ognuno di noi, anche solo provare ad evitare di arrivare a questo punto? Come si può anche solo iniziare a reagire per sconfiggere questa sensazione che attanaglia la mente?

Semplicemente non combattendola, ma accettandola, tenendole la mano, ma camminandole un passo avanti, senza mai lasciarle la possibilità di avere la meglio, senza mai farla sentire superiore, senza mai darle il completo potere su di noi; accettando, io direi per fortuna, i mille difetti che abbiamo, imparando a capire che sono, in sostanza, solo quelli a renderci unici al mondo.

Un corpo o una mente perfette, sì, saranno sempre belle da ammirare, ma altrettanto facili da dimenticare, da rimpiazzare, poiché l’uomo è così, fallace, attratto dal mistero, dal dubbio, dalle incongruenze, dai “perché” e dai “ma”, cose che la perfezione assoluta non possiede ora e possiederà mai.