Sono passate 48 ore da quando il mio piede ha ritoccato l’asfalto caldo di Milano dopo lo Spring Break e solo ora, che la mia vita è tornata alla normalità, mi rendo conto di quanto amassi quel posto.

Davanti casa cercavo il passepartout elettronico per aprire la porta e dopo un’abbondante mezzora, ho realizzato che dovevo aprire con le chiavi.

Al supermercato cercavo kune per pagare la mia insalata (avevo dimenticato l’esistenza anche di quella strana cosa verde) e sulla strada per l’ufficio ho trovato alquante deprimente il fatto che nessuno mi salutasse.

Solo oggi, dopo aver rinunciato alla scarpa col tacco ed essere rimasta nei panni “comodi” (ma lavati, giuro) di Umag, mi sorprendo di quanto quel mondo parallelo e indescrivibile abbia lasciato il segno su di me e mi abbia cambiata. Di quanto, molto in fondo, mi abbia anche insegnato qualcosa.

Come ogni esperienza, ci sono cose che resetterò senza remore, altre che invece ho già incorniciato e appeso in una parete del mio cuore.

Non dimenticherò mai quell’odore di pino mischiato all’aria fresca e salmastra che ci entrava nelle ossa e che spesso maledivamo perchè troppo umida.

Non dimenticherò le zanzare grandi come fenicotteri, che potevi eliminare solo se munito di rivoltella.

Non dimenticherò mai il caffè in veranda alle 3 del pomeriggio, come se fossero le 8, e le facce stanche ma soddisfatte delle mie compagne di stanza.

Non dimenticherò quella musica che ci scorreva sulla pelle sempre, a pranzo (o colazione che dir si voglia), a cena, durante le riunioni con lo staff, durante il “riposo” in stanza.

Non potrò mai dimenticare le walk of shame post after alle nove di mattina, di ritorno da una serata di delirio puro, gli spuntini ipercalorici e la gioia nel ripiombare nel letto stanca morta ma ancora gasatissima.

Non dimenticherò mai la frittura di calamari, il karaoke, le facce allegre dello staff e dei ragazzi della reception che ogni giorno mi accoglievano per farmi lavorare.

Non dimenticherò mai quell’immenso tendone bianco e il suo carpet di legno traballante, i privè, lo stage, le coreografie fantastiche dei ballerini, le luci stroboscopiche e i laser fluo fluttuanti nell’aria roboante ed elettrica.

Non dimenticherò quell’esilarante beer-pong e i il cazzeggio ai gonfiabili Superman.

Non dimenticherò i visi di quei tanti Mister Hyde che di giorno (magari) sono impeccabili Dottor Jeckyll, fare festa fino allo stremo delle forze.

Difficilmente dimenticherò la gente che balla al tramonto, con una bottiglia di Ceres in mano e la voce mai stanca di bruciarsi.

Non dimenticherò tutti quei ragazzi vivi, senza pensieri, che hanno lasciato in dogana tutto il mondo reale, i pensieri negativi, gli impegni, le responsabilità.

Sarà impossibile dimenticare i sorrisi, gli abbracci, gli sguardi di coloro che hanno reso questo viaggio unico e sorprendentemente difficile da raccontare.

Sono tornata a casa senza voce ma con la testa e il cuore pieni di emozioni inenarrabili.

Grazie Spring Break e grazie Spring Breakers per questo viaggio impossibile da dimenticare…