A oltre 10 anni dalla sua comparsa quasi in sordina sembra volgere al termine anche per l‘Italia la luna di miele con Airbnb.

Se i numeri del portale nato nel 2007 per promuovere «l’ospitalità in soggiorno» sembrano procedere a gonfie vele (5 milioni di annunci in 190 Paesi per un’azienda dal valore stimato in 30 milioni di dollari), di pari passo continuano a fare rumore le controversie legate all’enorme diffusione degli affitti in condivisione.

Da Berlino a Parigi, la crociata europea contro Airbnb

Problemi con i quali si sono già trovate a fare i conti in tempi recenti diverse grandi città europee, da Parigi a Barcellona, passando per Berlino. E che ora sembrano trovare sfogo anche in Italia.

A smuovere le acque di un malumore che covava da tempo sotto la cenere è stato il caso di Bologna, dove da un lato il boom di affitti per brevi periodi ha reso pressoché impossibile la ricerca di una stanza per gli studenti dell’università più antica del mondo; dall’altro, il Comune ha ufficialmente preso posizione, caso finora unico in Italia, auspicando l’intervento del governo per una normativa nazionale che aiuti a contingentare il numero di Airbnb in città.

Le proteste che hanno tappezzato i muri di Bologna

Secondo uno studio realizzato dalla Camera di commercio sono state 7.110 le camere prenotate su Airbnb nel 2017.

E se nel 2015 appena l’1% del patrimonio immobiliare del centro storico era destinato a Airbnb, nel 2016 si è passati al 2,4%, con un incremento del 140%.

Intanto, in città, il collettivo Link ha tappezzato i muri di manifesti con sopra impresso l’hashtag #StopAirbnb.

Espressione dell’odissea quotidiana con cui le matricole sono costrette a convivere, tra appartamenti in vorticosa diminuzione e sempre più a ruba e affitti destinati a schizzare alle stelle.

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Firenze al primo posto per affitti in condivisione

Ma quello emiliano non è di certo un caso isolato. Firenze, per esempio, è al primo posto tra le città italiane per la percentuale più alta di affittuari Airbnb in base agli abitanti del Comune, calcolata in circa 800 mila unità tra residenti e domiciliati.

Sono infatti più di 8 mila gli alloggi disponibili sulla piattaforma, di cui oltre il 20% nel solo centro storico.

Anche in questo caso, i proprietari reputano l’affitto turistico più remunerativo e più efficace, dato che può fruttare fino a mille euro a settimana. E proprio come a Bologna, pure a Firenze il numero degli studenti fuori sede è tra i più alti in Italia.

Secondo i dati forniti dall’Agenzia per il diritto alla studio della Toscana, il 55% dei ragazzi intervistati paga un canone da 300 a 399 euro, il 29% da 200 a 299 euro, il 7% da 400 a 499 euro, il 4% oltre 600 euro, il 3% da 500 a 599 euro e appena il 2% meno di 200 euro.

Canoni in crescita anche nelle città di dimensioni inferiori

Una tendenza diffusa su larga scala, quella del caro affitti, se è vero che secondo l’ultimo rapporto di Solo Affitti, i canoni in Italia sono mediamente cresciuti del 4% rispetto al 2017.

Con i prezzi che sono saliti non soltanto un po’ ovunque: a Milano per una singola servono 563 euro al mese (+7% rispetto al 2017), a Bologna 350 (+2%), a Trieste 275 euro (+20%), a Ferrara 225 (+6%), a Perugia 200 (+18%).

Non sarà tutta di colpa di Airbnb, ma i numeri in questione sottolineano una volta di più come le regole del mercato immobiliare siano state largamente sovvertite dal gigante della sharing economy, a sua volta nel mirino anche degli operatori turistici.

Airbnb respinge le accuse

«Il vero nemico del turismo italiano non è Airbnb, ma è la mancata digitalizzazione», ha replicato alle critiche sull’opacità fiscale il country manager Italia dell’azienda Matteo Frigerio.

«Sette case vacanza su 10 sono offline e sfuggono a qualsiasi controllo. Tutto quello che passa su Airbnb resta invece tracciato. Bisogna superare il grave problema dell’eterogeneità delle norme, delle leggi a macchia di leopardo, non solo in materia di turismo, ma anche in materia di casa».

fonte: Lettera43