ATTENZIONE: Questo è il primo articolo di una rubrica settimanale interamente curata da Nicola Guarino e Attilio Cordaro, autori del libro Come Laurearsi Velocemente e con Voti Alti (disponibile su Amazon), quindi continua a seguire i prossimi articoli pubblicati ogni lunedì.

Se sei uno studente lavoratore o vuoi diventarlo è molto probabile che tu ti sia posto almeno una volta la domanda inserita nel titolo di questo articolo.

No, non siamo degli indovini, cartomanti o roba del genere.

Semplicemente, anche noi siamo stati due studenti lavoratori.

E come per te, c’è stato un momento nelle nostre vite in cui abbiamo vissuto in modo forte l’ansia, lo stress, la pressione fisica e psicologica del chiederci se fossimo mai stati in grado di conciliare Università, lavoro e vita privata, tanto da dubitare pure che si trattasse di qualcosa di possibile.

Tutto più che naturale.

E lo è perché in ballo c’è tutto ciò che davvero conta nella tua vita.

Si tratta di capire se sarai all’altezza di andare spedito all’Università.

Di ottenere ottimi voti agli esami senza rimanere indietro e senza dover rinunciare a vivere la tua vita e annullare passioni, tempo libero, famiglia e amici per tutta la durata del tuo percorso universitario.

Oppure se fallirai, sprecherai soldi e i tuoi anni migliori, per rimanere con un pugno di mosche in mano e dar ragione a chi già da quando hai detto che vuoi studiare e lavorare contemporaneamente ha iniziato a dirti “ma sei pazzo??? È impossibile fare entrambe le cose insieme!”.

Quella di studiare e lavorare contemporaneamente è di sicuro una delle più significative domande – e scelte – che ti ritroverai a fare nella tua vita.

Ed è stato lo stesso anche per noi.

Quando iniziammo il nostro percorso universitario, questa domanda rappresentava tutte le più grandi paure che potevamo avere riguardo al futuro.

E solo a pensarci abbiamo vivide ancora le nottate insonni passate davanti agli schermi illuminati dei nostri portatili a cercare la risposta che, parola dopo parola, nascondeva tutto il peso di una scelta di vita che probabilmente moltissimi ragazzi della nostra età non avrebbero avuto il coraggio di fare.

Studiare e lavorare è possibile? Una domanda che non trovava risposta… almeno all’inizio

Allora, su Internet – d’altronde come adesso – trovammo davvero di tutto e non trovammo niente.

C’era gente che diceva la sua, senza un minimo di coerenza o fatti a fondamento che provassero quello che dicevano.

Trovavi i “filosofi” della domenica che blateravano cose come:

“Sììì si può fare, ma se studi a Giurisprudenza o Medicina te lo puoi scordare!”.

“Certo che puoi farlo, ma SOLO se fai dei lavoretti saltuari o part-time nel fine settimana”.

“Ma nooo. L’Università è una cosa seria. Chi lavora e studia, non riuscirai a fare bene nessuna delle due!”.

Idee vuote, pensieri liberi, “secondo me” pronunciati solo per dare aria alla bocca.

Tutti discorsi insensati, che lasciavano irrisolte le nostre domande, e sempre una tra tutte.

Studiare e lavorare contemporaneamente si può?

Non contenti, continuammo le nostre ricerche.

E finalmente, arrivarono i primi risultati.

Una statistica.

Dati e numeri, che dicevano che oltre il 40 % degli studenti universitari italiani erano studenti lavoratori.

Evviva!

Non eravamo soli.

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Almeno non gli unici due stronzi che stavano affrontando qualcosa di simile.

Allora ci mettemmo a cercare più a fondo.

Iniziammo a girarci intorno, anche nelle nostre Facoltà, Giurisprudenza e Economia, alla ricerca di qualcuno che lavorasse e studiasse senza problemi.

E trovammo gente che non solo andava bene all’Università, ma riusciva ad avere più risultati di molti dei loro colleghi di corso NON lavoratori.

Quello fu l’inizio del nostro cammino.

E proprio oggi vogliamo dirti com’è andata e cosa abbiamo vissuto da quando abbiamo deciso di mettere piede per prima volta all’Università in poi, raccontandoti la nostra storia.

La storia di due ex-studenti universitari lavoratori che sono riusciti a conciliare studio lavoro e vita privata e laurearsi velocemente e con voti alti, raggiungendo gli obiettivi che tanto speravamo di ottenere.

E lo vogliamo fare perché nessuno parla di come ci si sente a studiare e lavorare contemporaneamente, a vivere giorno dopo giorno ciò che gli studenti lavoratori sono costretti a vivere, subire, superare per andare bene all’Università e far funzionare le loro vite.

Perché quello che succede è che spesso se studi e lavori la gente prova ad ostacolarti.

Dicendoti “Ehhh è arrivato l’eroe! Ma chi ti credi di essere? Super-man? Un giorno arriverai che dovrai rinunciare di sicuro o all’uno o all’altro! E quel giorno mi darai ragione”.

“Ma lo capisci che l’Università è una cosa seria? Vuoi crescere e aprire gli occhi?”

Tutte cose che ti suggeriscono tra le righe che studiare e lavorare è impossibile.

Ma come in molte cose umane, quando una persona non sa fare una determinata cosa in cui altri riescono, piuttosto che lavorare su sé stesso e capire cosa migliorare preferisce dire agli altri che quella cosa è impossibile.

Semplicemente per non sentirsi in difetto.

Peccato che se esiste anche una sola persona che è riuscita a raggiungere un obiettivo che altri dicono essere impossibile, allora significa che quello che queste persone stanno mentendo e vogliono rifilarti un mucchio di cazzate.

Opinioni.

Chiacchiere, che nella vita di uno studente lavoratore stanno a zero.

Contano solamente i fatti e i risultati per uno che studia e lavora.

E se in un settore o in un ambito della tua vita e ad un certo punto ti viene il dubbio se una determinata cosa è possibile o meno e guardandoti intorno trovi qualcuno che ce l’ha fatta, allora significa che quella cosa non è impossibile.

Solo…devi trovare un modo per farla.

E noi lo abbiamo trovato.

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Ed ecco adesso la nostra storia (due studenti lavoratori che si sono laureati velocemente e con voti alti)…

Ci sono tanti modi per raccontare una storia.

Ci sono volte che è meglio partire da una frase.

Volte che parti da un suono, da una sensazione comune che tutti conoscono, da un racconto che fin da quando eri un bambino ti si è impresso nella mente.

Volte in cui parti dal colore delle cose, e dai sentimenti che quei colori ti suscitano:

serenità, pace, rabbia, angoscia, felicità, sorrisi, tristezza infinita, salti di gioia.

Ci sono volte che per raccontare una storia, devi partire da un modo di dire.

“E’ come se…” e da lì inizia il tuo racconto.

Ma ci sono determinate volte, per determinate storie, che un modo te lo devi proprio inventare da zero.

Questa è una di quelle.

Tutto è nato da una disperazione insana.

Malata.

Grave.

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Anni passati a soffrire la condizione da studenti universitari lavoratori, con una sofferenza bestia che ci lacerava le carni e l’anima, costantemente.

Venivamo visti da tutti come quelli che avevano preso sotto gamba l’Università, semplicemente perché eravamo due giovani che avevano deciso di studiare e lavorare contemporaneamente, di essere indipendenti, e odiavamo dover tirare a fine mese la camicia dei nostri padri verso il basso per farci dare la paghetta e tirare a campare.

“Nicola, tu devi ancora crescere e capire come funziona davvero la vita. Fidati di me, che sono più grande e che so come gira il mondo”.

“Attilio, ma come te lo devo dire che devi smetterla di sognare e aprire gli occhi! Ma come pensi di studiare all’Università e lavorare e avere anche la vita di un normale ragazzo della tua età… e fare tutte queste tre cose bene !?!”

Queste le prediche, le ramanzine che eravamo costretti a sorbirci, praticamente ad oltranza e parecchie decine di volte alla settimana.

Ci sentivamo degli emarginati.

Lontani e incompresi da tutti.

E come un coltello che attraversa prima la pelle, poi il corpo, lentamente, facendo espandere un dolore atroce in tutto il corpo, subivamo inermi il malessere di una condizione che avevamo scelto da soli ma forse non pienamente consapevoli di tutto ciò che quello che avevamo scelto ci avrebbe causato.

Una solitudine senza fine.

Il sentirci soli, al mondo, con noi stessi.

Con la nostra condizione.

Da diversi.

Non capiti.

Ignorati.

Derisi.

Come cavalieri solitari, avevamo scelto un cammino non facile che altri ci avevano sconsigliato di percorrere.

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E con ogni singolo grammo di fierezza che avevamo in corpo, noi lo avevamo scelto, e continuavamo a sceglierlo ogni giorno, nonostante la sofferenza cresceva ad ogni passo, trasformandosi in un dolore insopportabile, che ci lacerava dall’interno.

Ogni singolo giorno, era come se la punta acuminata di una freccia attraversasse il centro del nostro petto, aprendo la strada alla freccia successiva che il giorno dopo avrebbe consolidato il lavoro di quella che l’aveva preceduta.

E quella piaga, insopportabile, si ripeteva, all’infinito.

Come una ruota che gira sempre dallo stesso verso, aumentano ogni volta i suoi giri.

Sempre più veloce.

Senza darci mai un attimo di tregua.

Presto, quella sofferenza quotidiana si accompagnò però ad una consapevolezza superiore delle cose.

L’incredibile scoperta che cambiò per sempre la nostra vita da studenti lavoratori e velocizzò al massimo il nostro percorso universitario

Un nuovo modo di vedere la nostra realtà da studenti lavoratori di decifrare il mondo circostante.

Un nuovo modo di capirlo, assimilarlo, dare delle spiegazioni a quello che ci succedeva, e di reagire di conseguenza alle cose che ci capitavano.

Avevamo capito che l’Università, presa da sola, non ci avrebbe dato MAI gli strumenti che ci servivano per studiare e lavorare contemporaneamente.

Avevamo capito che gli studenti lavoratori possono avere i risultati che meritano – solo facendo cose che all’Università nessuno ti insegna.

Ci serviva un modo di concentrarci diverso dal solito.

Ci servivano abitudini positive completamente differenti rispetto a tutti gli altri studenti universitari NON lavoratori.

E soprattutto… ci serviva un modo di organizzare e gestire il loro tempo completamente diverso rispetto a tutti gli altri.

Avevamo bisogno di padroneggiare abilità che nessuno ti insegna e dovevamo impararle da autodidatti.

Solo così potevamo avere il pieno controllo di cose che gli altri studenti, invece, lasciavano completamente alla sorte.

Allora iniziammo a studiare, confrontarci continuamente e prendere appunti come i disperati.

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Allora non c’era niente per studenti a parte libretti su tecniche di memoria e lettura veloce (che puntualmente non risolvevano i nostri problemi) né tantomeno per studenti lavoratori.

Allora scegliemmo le cose che più si avvicinavano al problema che volevamo risolvere e comprammo praticamente qualsiasi cosa.

Libri, corsi dal vivo e video-corsi sul time management per imprenditori e manager, manuali di crescita personale, leadership e produttività.

Avevamo capito che quei risultati erano frutto di un processo.

Una formula, che volevamo a tutti i costi decifrare.

E per farlo mettevamo mano ormai a tutto ciò che pensavamo potesse tornarci utile a colmare la distanza tra noi che facevamo funzionare studio, lavoro e vita privata, e la nostra condizione attuale, in cui le cose non andavano ancora come avremmo voluto.

Ogni strumento nuovo che scoprivamo, cercavamo immediatamente di adattarlo alla nostra situazione, testarlo e implementarlo.

Sbaglio dopo sbaglio, caduta dopo caduta, capivamo cosa fare per non ripetere l’errore che avevamo commesso e imparavamo qualcosa di nuovo.

E scoprivamo sopratutto cosa NON fare perché NON funziona sugli studenti lavoratori.

E appuntavamo tutto, testavamo ogni cosa e perfezionavamo ciò che magari era valido ma necessitava adattamenti al caso di uno studente che lavora e studia in Italia.

Quel nostro status ci aveva dato piena coscienza del nostro ruolo nel mondo, della realtà quotidiana che vivevamo e del modo di come se l’intenzione era quella di cambiare la nostra attuale situazione, forse avremmo dovuto comportarci.

Nulla però fu facile, chiaro o distinto fin da subito.

Vagavamo nell’ombra, nell’incertezza, nel caos.

Studiavamo al buio di una stanza, ogni singolo giorno, mentre tutti gli altri dormivano.

E mentre forgiavamo il metallo delle nostre spade con cui ci saremmo difesi e, deviati i colpi degli avversari, avremmo a nostra volta attaccato.

Sempre più precisi, sempre più decisi.

Fino a che…

Dopo anni di studio, finalmente, tutto ebbe un senso nuovo.

E il cerchio del nostro cambiamento si chiuse.

Una volta per tutte.

Una forza nuova era nata dentro di noi, donandoci una precisa coscienza delle cose.

Avevamo capito come funzionava l’Università, quale era il gioco a cui stavamo giocando e cosa esattamente dovevamo fare noi per velocizzare il nostro percorso universitario e affacciarci con successo nel mondo del lavoro.

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Ma fosse solo questo.

Avevamo capito che studiare e lavorare non solo era assolutamente possibile, ma che c’era un preciso modo che permetteva di conciliare studio, lavoro e vita privata e di farli funzionare alla perfezione!

E fu questa precisa coscienza, così alta e profonda, delle cose che ci avrebbe guidati in una nuova missione.

L’inizio di un nuovo rivoluzionario cammino.

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Il patto a difesa degli studenti lavoratori italiani

Così, iniziava la nostra rivoluzione.

E lo stesso giorno in cui decidemmo di iniziarla, veniva sancito un sacro patto di sangue tra di noi.

Un patto che recitava la difesa di una nuova causa che avevamo ormai deciso di sposare.

Quella degli studenti lavoratori che come noi sono ogni giorno derisi, ignorati, non capiti.

Considerati “diversi”.

Un patto coniato durante gli anni dalle innumerevoli e lunghe serate trascorse al telefono, disperati mentre cercavamo il perché nonostante il nostro impegno, determinazione e sacrifici, molti ci consideravano due che avevano preso sotto gamba l’Università solo perché studiavamo e lavoravamo contemporaneamente.

Un patto coniato dall’ambizione che gli studenti universitari lavoratori non siano più considerati una categoria svantaggiata di studenti che hanno sottovalutato l’importanza dell’Università, ma che siano valorizzati, stimati e rispettati per i sacrifici che ogni singolo giorno della loro vita fanno e di cui sono fieri.

Un patto coniato dalla volontà di permettere a qualunque studente universitario lavoratore che riscontri attualmente difficoltà nel conciliare studio e lavoro ma che abbia l’ambizione di ottenere il massimo all’Università, di accedere a strategie e tecniche avanzate che gli permettano di velocizzare il proprio percorso e raggiungere il proprio traguardo che è la laurea.

Come farlo?

Diffondendo tutto ciò che abbiamo scoperto su come conciliare studio e lavoro con più studenti lavoratori possibili.

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Conclusione

Quella che hai appena letto è la nostra storia.

Una storia che non ha né dubbi né segreti.

La storia di due ex-studenti lavoratori nati in una sventurata Sicilia, figli di un operaio e di un salumiere, che hanno trovato un modo per studiare e lavorare contemporaneamente dimostrando a sé stessi e agli altri che si trattava di qualcosa di assolutamente possibile e che lavorano giorno dopo giorno, spalla a spalla e con tutta la forza di volontà che possiedono, avendo in testa un’unica e grande missione:

Aiutare più studenti universitari lavoratori possibili a laurearsi velocemente e con voti alti, anche se studiano e lavorano contemporaneamente e hanno la metà del tempo rispetto a tutti i loro colleghi NON lavoratori.

Vogliamo che ciascuno studente lavoratore italiano, a prescindere dall’Università o la facoltà in cui studia e a prescindere dal lavoro (part-time o full-time) che svolge, riesca a conciliare studio, lavoro e vita privata e ottenga i grandi risultati che ha sempre desiderato avere, lasciandosi alle spalle definitivamente sofferenze, ostacoli, difficoltà che adesso invece vive.

Questo il traguardo che vogliamo raggiungere, e non ci fermeremo fino a quando ciò che vogliamo non diventerà reale.

Ad un futuro degno degli enormi sacrifici che stai facendo

Nicola e Attilio

 

P.S.

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P.P.S.

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