Pubblichiamo la riflessione di Fabio d’Alfonso, ex rappresentante degli studenti e delle studentesse dell’Università di Bologna, sui troppi casi di suicidio di studenti universitari, spesso abbandonati a loro stessi, non compresi e non ascoltati.

Eccoli i giovani di oggi.
Eccoli i miei coetanei fragili, senza saldi valori morali, dediti all’alcol e alle droghe, deboli, codardi, mammoni, choosy, problematici, sfaticati, annoiati, viziati, svogliati.

Dobbiamo svegliarci noi giovani.
Dobbiamo competere tra di noi, dobbiamo eccellere, dobbiamo distinguerci, dobbiamo essere creativi e smart, dobbiamo ammazzarci di lavoro, dobbiamo laurearci in tempo, dobbiamo fare gavetta, dobbiamo protestare di meno e studiare di più.
E no, “non c’è alternativa”.

“Non c’è alternativa”.
Quante volte l’ho sentito. Ce l’hanno ripetuto in TV e sui giornali per vent’anni. Politici, professoroni, giornalisti, imprenditori, mica scappati di casa.
Gente competente, che ha studiato. Se lo dicono loro, sarà vero. E quasi ci abituiamo a tutto questo, quasi ci lasciamo convincere. In fondo é colpa tua se non ottieni CFU in tempi record. In fondo se il mio collega in università o a lavoro riesce a produrre il doppio rispetto a me, é perché sono uno sfaticato cronico.

Scorro la home di facebook, distrattamente. Alcuni articoli. Fisciano, Sannicola, Urbino. Leggo queste notizie e sento un nodo tremendamente stretto alla gola. Una tristezza profonda, immediata e devastante.
Non conosco questi ragazzi e queste ragazze.
Non conosco i loro sogni, le loro passioni, la loro canzone preferita, il genere di film che li emozionava, le loro abitudini, le loro strategie quotidiane per fuggire momentaneamente dalla realtà e dagli impegni. Non so niente di loro. Avverto però, come tremendamente familiari le ragioni di una scelta che appare inspiegabile e da imputare ad una qualche forma di devianza psicologica.

La tristezza rimane, ma sale la rabbia.
Immagino che chiunque legga questo titoli e abbia un età inferiore ai trent’anni e che frequenti o abbia frequentato una qualche università, sappia di cosa sto parlando. La frustrazione, le continue delusioni, le fila interminabili, gli orari sballati, l’ansia da prestazione, la pressione dei genitori, i sensi di colpa, la responsabilità asfissiante, le continue ingiustizie, le umiliazioni da parte del professore o, peggio, da parte dei coetanei.

Impossibile, non sono casi isolati.
No, il numero di suicidi e di tentati suicidi da parte di studenti e giovani disoccupati é in crescita da anni, ma non se ne parla quasi mai se non in termini di “cronaca nera”. Nonostante il fenomeno prenda sempre più piede, si parla sempre di più di quanto noi giovani siamo sfaticati e viziati. Scopri che gli stessi che andavano in TV ad offenderci alla fine erano gli stessi che hanno distrutto l’istruzione pubblica, togliendo fondi, appaltandola ai privati, introducendo il merito come criterio di selezione e come scusa per tagliare ancora e ancora. Le borse di studio sono sempre di meno. I trasporti, le mense e gli alloggi costano sempre di più. I genitori che perdono il lavoro, vengono messi in cassa integrazione o percepiscono pensioni da fame ripongono nei loro figli e nelle loro figlie la volontà di riscattarsi da una vita di fatiche non ripagate. Quindi non puoi scegliere la facoltà a cui avresti sempre voluto iscriverti, perché le tasse costano troppo, o non puoi farla in quella città perché lì la vita costa troppo. Se poi fai il DAMS, filosofia, lettere classiche non lavorerai mai, devi fare economia, così potrai “inventarti un lavoro”.

Ecco gli avvoltoi.
Il mondo del lavoro incombe e incute timore. Giustamente, poiché il decisore pubblico si é tirato indietro, lasciando che fossero le aziende e decidere sul costo del lavoro e sulle forme contrattuali. I professoroni, i tecnici e i politici hanno avuto il coraggio di piangere e stracciarsi le vesti mentre ci dicevano che avremmo dovuto sputare sangue per poter studiare e lavorare.

Ma é colpa della tua fragilità.
Mica dei professoroni, della politica, dei media, di un sistema economico che si regge proprio sulla disperazione e sul ricatto continuo. Perché, per dirlo con una frase di Jameson, utilizzata anche da Mark Fisher in “Realismo capitalista”, “é più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Quindi é colpa tua se non ce la fai, se cedi. Mi é capitato di sentire tante volte “poverino, non ha retto”. Già, perché in questo mondo mettere a nudo le proprie insicurezze viene ritenuto un segno di debolezza inconfutabile. Un gesto estremo come il suicidio, invece di portare la società ad interrogarsi sulle condizioni che l’hanno causato, viene incasellato all’interno di schemi pre-impostati che evitino il corto-circuito e la messa in discussione degli elementi sistemici.

“Vado da uno psicologo!”.
Magari ci hai pensato, l’hai addirittura detto ad un amico, ma ti ha preso in giro. Perché in questo paese esiste una stigmatizzazione fortissima del ricorso alla psicologia. In molti paesi sudamericani puoi recarti da uno psicologo gratuitamente o a prezzi ribassati. In Italia i curriculum didattici nelle facoltà di psicologia sono fermi alla metà del ‘900, e i finanziamenti pubblici per l’assistenza psicologica e i servizi sociali sono stati tra i più colpiti dall’austerity post-crisi. A Bologna come Consiglio degli Studenti d’Ateneo, abbiamo stanziato 40.000 euro, presi dal fondo a disposizione del Consiglio, sul Servizio di Assistenza Psicologica dell’Università, ma le domande continuano ad essere troppe e l’attesa media é di circa tre mesi. Inoltre il personale dell’Unibo é costretto a fare straordinari e a svolgere lavoro non retribuito per assicurare un servizio minimo. Pur essendo in una città con una tradizione avanzata su questi temi, ricorrere ad uno psicologo é diventato un lusso, quando in realtà dovrebbe essere un diritto.

E ora, il cambiamento.
C’é chi parla di cambiamento, ma i temi che oggi vengono dibattuti pubblicamente servono solamente a distogliere l’attenzione dai veri problemi. Per le classi di età sotto i 35 anni i livelli di welfare sono al minimo storico, ed essere un giovane studente o una giovane studentessa in questo paese é sempre più difficile, nonostante gli annunci e le promesse.

Nel frattempo siamo ancora obbligati a piangere le morti di giovani fragili, senza saldi valori morali, dediti all’alcol e alle droghe, deboli, codardi, mammoni, choosy, problematici, sfaticati, annoiati, viziati, svogliati. E, insieme alla disperazione, la rabbia cresce a dismisura.

Fabio d’Alfonso