In questi anni si sentono spesso i politici e le persone lamentarsi di molte dinamiche e problemi dell’Italia. In questo periodo di emergenza sanitaria, l’università e la ricerca tornano a essere messi in primo piano.

Quando si parla di questi problemi, viene spessissimo fuori l’università e la ricerca. Ma come siamo messi in realtà?

Università e ricerca: la situazione in Italia

Cominciamo a osservare l’elefante nella stanza di questa situazione.

Nella legge di bilancio 2020, come ha fatto notare nelle sue dimissioni l’ex ministro di istruzione, università e ricerca, Lorenzo Fioramonti, i fondi devoluti all’università e alla ricerca sono troppo pochi. Infatti, su molti giornali, appare la dizione “Le grandi assenti sono l’università e la ricerca”.

Questa legge di bilancio ha infatti stanziato quasi due miliardi di euro per l’università e la ricerca. Questa cifra è troppo bassa di 1 miliardo di euro, e con questi tre miliardi l’università e la ricerca sarebbero riuscite a “restare a galla”, secondo le parole dell’oramai ex ministro.

Secondo La Stampa, che titola in un articolo del 16 marzo 2020, “L’Italia al 27° posto per finanziamenti alla ricerca”, che però non spiega bene questo dato, anche se si può immaginare faccia riferimento all’Europa, vista la quantità di titoli del tipo “L’Italia ultima in Europa per fondi alla ricerca”.

L’AGI, agenzia giornalistica italiana, spiega molto bene quest’ultimo punto. Difatti, dice che in termini assoluti, la spesa italiana per istruzione, università e ricerca è stata attorno ai 66 miliardi nel 2017, che in assoluto è la quarta dietro a Germania, Francia e Regno Unito, mentre, se si considera la spesa in rapporto al PIL, il rapporto diventa disastroso, del 7.9%, che è appunto ultimo in Europa.

Le scelte degli italiani

Un’altra cosa di cui si può parlare in questo momento sono le scelte degli italiani. Gli italiani possono scegliere di devolvere il cinque per mille della loro IRPEF ad istituzioni no profit, di ricerca scientifica, et cetera.

La ricerca scientifica è la seconda per quantità di firme espresse (nel 2017) con un importo di 63 milioni di euro, dove le associazioni di volontariato hanno preso 334 milioni. Ma in questo caso questa descrizione risulta, a parere del relatore, un po’ fuorviante, perché l’agenzia delle entrate distingue tra ricerca scientifica e sanitaria, anche se si parla della stessa cosa.

Certo, la ricerca sanitaria comprende solo gli ospedali e gli istituti di ricerca sanitaria, mentre la ricerca scientifica comprende solitamente la ricerca tecnologica. Quindi, unendo i due comparti, si arriva ad una cifra di 130 milioni, quasi un terzo di quello che è entrato nelle tasche delle associazioni di volontariato.

Una cosa di cui spesso ci si dimentica quando si parla di queste cose sono i risultati di questa magra entrata di risorse.

Secondo il QS world University rankings, la prima università italiana è al 149º posto il Politecnico di Milano, ma, come fa giustamente notare il già citato articolo della stampa, questa classifica tiene conto di alcuni criteri come la dotazione di ospitalità e servizi, che alle università italiane mancano.

Per esempio, nella categoria “Arts and Humanities” L’Alma Mater Studiorum di Bologna è la 58°, mentre in archeologia, all’ottavo posto troviamo la Sapienza Università di Roma. In architettura al settimo posto troviamo il Politecnico di Milano.

Nella categoria classicità e storia antica la Sapienza Università di Roma oscilla tra primo e secondo posto. In ingegneria e tecnologia generale il Politecnico di Milano è ventesimo.

In scienze biologiche e Medicina la prima università italiana è l’Università degli Studi di Milano Statale all’83° posto, seguita al 93° dall’Alma Mater Studiorum di Bologna, In scienze naturali la prima è al 69° posto la Sapienza Università di Roma.

Per scienze sociali e management l’Università Commerciale Luigi Bocconi è al sedicesimo posto. Bisogna considerare però che le graduatorie della QS World University Rankings vanno prese cum grano salis visto che sono molto anglosassoni-centriche.

La ricerca

Parlando invece di ricerca, sappiamo come in Italia sia molto complicata la situazione, vista la presenza di istituti pubblici, università, istituti privati, società, e simili. Al 2017, la maggior parte delle spese della ricerca e sviluppo italiani sono sulle spalle dei privati.

Anche se le spese pubbliche di ricerca e sviluppo sembra siano in crescita. Per ovviare al problema della situazione complicata, il governo Conte II ha deciso di creare un’agenzia, appunto l’agenzia Nazionale delle ricerche, per razionalizzare la ricerca in Italia e per riuscire ad armonizzare la ricerca.

Se invece si parla di articoli e ricercatori singoli, la situazione si fa complicata, perché molti ricercatori sono anche fuoriusciti dalle aziende e università italiane perché all’estero sono molto ricercati, a dimostrazione della superiore preparazione della scuola italiana. Però le pubblicazioni scientifiche sono attorno alle 660 mila, in confronto alle 4 milioni statunitensi e alle 1.6 milioni cinesi.

Vista la situazione odierna di emergenza sanitaria, si deve sperare che la politica italiana si accorga della necessità di un massiccio investimento nella nostra ricerca per essere competitivi nel mondo del futuro. Anche perché la ricerca si può facilmente dimostrare un volano dell’economia e indurre miglioramenti in tutti i settori.