Inizia la fase due. Tra preoccupazioni ed incertezze, diversità territoriali e proteste, il Paese si prepara alla lunga corsa che, auspicabilmente, dovrà consentire un ritorno alla normalità.

Si è parlato di misure economiche, di ripresa delle attività sportive, della riapertura di attività produttive.

Ogni giorno le principali testate giornalistiche sfornano articoli legati al mondo delle scuole, all’esame di maturità, alla riapertura di asili nido e di scuole materne. Delle università, invece, non appaiono tracce.

Al di là di alcune interviste rilasciate dal Ministro dell’Istruzione Manfredi non si riscontrano, ad oggi, decisioni effettive che interesseranno gli universitari né tantomeno delle misure economiche a supporto dei tanti fuorisede che hanno lasciato il proprio domicilio ormai nel mese di febbraio.

La didattica prosegue e l’università a distanza funziona

C’è una certezza. La didattica sta proseguendo, e la macchina organizzativa delle lezioni a distanza sembra funzionare in maniera impeccabile.

C’è chi già immagina un futuro distopico in cui le università intese nel senso tradizionale del termine scompariranno e chi, invece, denuncia quotidianamente il valore delle lezioni in presenza, intese come un momento di confronto e di crescita.

Le innovazioni tecnologiche hanno consentito introduzioni che fino a qualche mese fa sembravano impossibili, come la possibilità di registrare le lezioni.

Ma siamo realmente sicuri che questo sistema sia poi così efficace?

Da mesi gli studenti universitari si trovano a trascorrere ore davanti ai propri computer. Mediamente, tra lezioni e ore dedicate allo studio, si arrivano a trascorrere sette ore sugli schermi, tralasciando i momenti di “socialità” che, per forza di cose, continuano ad avvenire a distanza. Non solo.

Ad ormai due mesi dall’inizio di questa nuova forma di didattica, comincia a farsi strada un diffuso senso di alienazione. Capita spesso, infatti, di avvertire la totale mancanza di un contatto dato che, nella maggior parte dei casi, le ore di didattica si traducono in slide condivise dal docente sul proprio schermo.

I ritmi di spiegazione sembrano essere incrementati, quasi che questa quarantena si stia trasformando in una corsa contro il tempo.

Per le facoltà tecnico-scientifiche è stata del tutto preclusa la possibilità di accedere ai laboratori e a tirocini il che, a lungo termine, potrebbe tradursi in un ritardo nel percorso di studi o, comunque, nella mancanza di competenze applicative.

Infine, nonostante per la fase due la CRUI punti ad un sistema misto, non tutte le università hanno diffuso informazioni dettagliate sulle modalità di svolgimento degli esami.

Cosa accadrà a settembre?

E a settembre, invece, cosa accadrà? È una domanda che in tanti, oggi, cominciano a porsi.

Si sente tanto parlare di “modello misto”, che servirà a facilitare il distanziamento sociale e a garantire la didattica qualora fosse impossibile tornare in sede.

La verità è che nessuno ha ancora fornito indicazioni certe, forse appellandosi all’imprevedibilità nell’evoluzione della pandemia.

Al tempo stesso, sembra che la condizione economica degli studenti fuorisede sia stata del tutto posta in secondo piano. La verità è che, dal 22 febbraio scorso, gran parte degli studenti continua a pagare un contratto di locazione, vista la mancanza di un decreto a sostegno di questi ultimi. Non solo.

La maggior parte dei contratti prevede una disdetta da comunicarsi mediamente tre mesi prima. Ciò implica che, pur lasciando le abitazioni nel mese di maggio, ci si ritroverebbe a pagare un affitto fino al mese di luglio.

Da febbraio a luglio si tratta di una spesa complessiva che arriva fino ai 4000 euro, visti i costi delle città più care come Milano. Molti studenti sono implicitamente costretti a non disdire i propri contratti; qualora si dovesse tornare in sede il mese di settembre, infatti, ci si ritroverebbe senza un domicilio e, stando alle attuali restrizioni, potrebbe esserci l’impossibilità a livello legale di fare ritorno nella città.

Inoltre, la maggior parte hanno ancora tutti i loro beni in quelle abitazioni, visto che al mese di febbraio nessuno avrebbe previsto l’impossibilità di ritornare.

Contratti, disdette e affitti

E se a settembre il tanto promosso “modello misto” dovesse tradursi in un nuovo semestre a distanza?

Significherebbe che, non avendo disdetto il contratto di locazione, ci si ritroverebbe a pagare un affitto fino al mese di novembre, salvo accordi con i proprietari.

Di fatto, si potrebbe arrivare a dieci mesi di pagamenti senza aver usufruito dell’abitazione. È indubbio che la situazione sia difficile da normare, visto che, ad esempio, alcuni studenti che sono stati impossibilitati nel tornare nelle proprie abitazioni hanno continuato ad usufruire delle case in affitto.

Al tempo stesso, sarebbe forse opportuno cominciare a fornire delle indicazioni specifiche per il prossimo semestre per poter garantire a tutti la libertà di scelta.

In uno scenario in cui si prospetta una mobilità cittadina ridotta fino al 70% e in cui grandi città come Milano si stanno preparando a una nuova vita, da svolgersi prevalentemente all’interno dei singoli quartieri, sembra impossibile auspicare a un ritorno in aula nel mese di settembre.

Servono delle risposte o, quantomeno, delle garanzie a tutela degli studenti. Si potrebbe, proprio vista l’impossibilità di prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi, cominciare ad elaborare dei modelli che consentano agli studenti di prendere delle decisioni, soprattutto a sostegno di tutte quelle famiglie che già vivono una situazione di difficoltà a livello economico.

Se questa condizione di incertezza dovesse proseguire, molti studenti potrebbero addirittura decidere di sospendere o di non intraprendere un percorso universitario.

Gli studenti universitari, il futuro del paese, non possono essere dimenticati.