Poco prima di abbandonare la terra macedone restano ancora un paio di cose da fare: la prima è una serafica passeggiata ad Ohrid e la seconda è un trekking decente su qualche montagna.

Seguendo tale ordine esco in strada speranzoso di trovare qualcosa che mi faccia formicolare la tappezzeria.

Non ci vuole molto prima che tale avvenimento accada.

Due giorni a Sofia… più che sufficienti

È domenica, giro l’angolo e davanti a me mi trovo un nutrito schieramento di giovini in abiti tradizionali intenti in svariati preparativi. La tombola è servita senza nemmeno che il tizio dei numeri abbia avuto tempo di scaldarsi l’ugola.

Ancora però i tempi non sono maturi quindi vado a mangiare in attesa che il “qualcosa” abbia inizio.

Dopo pranzo esco dal locale e ascolto una musica levarsi a breve distanza.

A dorso di bipede raggiungo il luogo dei baccanali e mi trovo circondato da decine di persone adornate con abiti meravigliosi provenienti da ogni angolo dei balcani poiché scopro che si tratta proprio di un evento per promuovere le diversità culturali.

Prima ancora di rendermi conto di cosa stia effettivamente succedendo però, il bruto mi sgancia dallo zaino e mi piazza di fronte a questi giovini.

Allora, prima di dare adito a possibili sussurrii di corridoio ci terrei a precisare che io non ho nulla in contrario all’essere presentato a nuove persone (specialmente se sono ragazze carine) che hanno avuto il privilegio di essere state baciate dalla dea del sapone almeno una volta nelle ultime 48 ore.

Né tantomeno a prestarmi per qualche foto con i miei amati fans che fanno ore e ore di coda solo per vedermi (o almeno è così che la mia immaginazione elabora il mondo che mi circonda) e i quali sono ben felice di ripagare con un autografo con dedica.

Ma qui le cose sono un pochino diverse.

Qui sono di fronte ad almeno 50 famelici ragazzini prossimi alla pubertà che mi guardano come se fossi una succosa salsiccia succulenta dalla quale bisogna riuscire a strappare un pezzo prima che sul girarrosto non rimanga nemmeno più una traccia di carne.

Il sudore inizia a colare tra le setole della mia capigliatura, cerco di tendere una mano in sego di soccorso ma nessuno arriva a salvarmi.

Sono ormai in preda al panico e pronto alla amara sentenza di morte quando una luce irradia il mio muso. Essendo circa l’una di un soleggiato pomeriggio non vedo nulla di strano nella cosa fino a che da tale luce emerge un piccolo angelo che mi prende tra le sue braccia quando ormai la mannaia era già a metà strada in direzione del mio collo.

Una ragazzina con un grande fiocco rosso in testa mi sorride e io la guardo inebetito di rimando.

In un fugace secondo l’idillio svanisce e io mi ritrovo girato in direzione della camera per una foto e poi ancora in un altrettanto breve istante di nuovo tra le braccia di un Francesco, troppo preso dalle foto per accorgersi della mia quasi dipartita.

Me tapino.

Ma di li a poco il karma farà il suo giro.

Il giorno seguente dal trekking in montagna il vile sfruttatore se ne torna con una zampa dolorante (il vantaggio di essere quadrupedi evidenzia senza ombra di dubbio che in cima alla scala evolutiva dovrebbe esserci una mia foto) ed è costretto al riposo.

Tempo di spostamenti che portano la carovana in Bulgaria, a Sofia.

È brutta.

Due giorni sono più che sufficienti per capire lo sbaglio fatto nel venire qui.

Bastano anche per prendersi la prima intossicazione alimentare del viaggio.

Il bus notturno per Bucarest porta con se la stessa truce sofferenza di una tragedia greca. Uno schienale reclinabile a metà in quale universo dovrebbe consentire ad un essere vivente dotato di arti di dormire?

Dopo Sofia direi che il conto delle città brutte non necessita incrementi quindi saltare a piè pari la capitale romena appare una scelta quantomai saggia.

Di corsa in Transilvania, tra castelli, montagne e… neve.

Sì, perché l’inverno colpisce improvvisamente come una badilata in faccia alle 4:30 del mattino, proprio come la seconda intossicazione alimentare nel giro di 3 giorni.

Una gran bella settimana di… meglio non aggiungere parole fin troppo ovvie.