I giorni di Mostar passano velocemente ed è subito tempo di proseguire il viaggio verso Sarajevo.

Questa estate infinita che mi ha accompagnato fino ad ora sembra cedere improvvisamente il passo ad un autunno freddo e piovoso.

Ai primi accenni di umidità mi devo sottomettere ad una triste verità: non posso stare all’aperto nella mia solita confortevole posizione con questo meteo.

Il becero individuo mi rinchiude nello zaino insieme alla sua camicia sporca e alla macchina fotografica.

Che onta, che disonore. Io che ho combattuto mille battaglie (o comunque l’avrei fatto se solo ce ne fosse stata necessità) costretto a condividere lo spazio vitale con dei panni sporchi, trattato alla stregua di un paio di calzini e accantonato come il regalo della zia antipatica, fatto con quella vena di rancore misto a disprezzo, gettato nell’antro più buio e remoto della casa, chiuso in una cassa sigillata poiché la sola vista potrebbe causare la morte del buon gusto.

Ok, forse sto diventando eccessivamente melodrammatico.

Da Sarajevo a Belgrado

Torniamo alla Bosnia, in una Sarajevo che presenta ancora i segni di una guerra troppo recente e violenta poiché possano essere cancellati in così poco tempo.

Case senza il tetto, muri che alternano fori di proiettile ad altri dovuti allo scoppio delle bombe, persone dalla scorza dura ma che non mancano mai in gentilezza.

Vero, forse questa non potrò mai annoverata tra i luoghi imperdibili in cui mi sono trovato a passare, ne mi sento di poterla consigliare in futuro a qualche amico o parente (mah, alla zia antipatica tuttavia…) in cerca di una vacanza all’insegna del relax e delle belle arti, ma sento che è giusto essere qui.

Scoprire realtà lontane dalla perfezione, più crudamente sincere che non possono e non vogliono nascondere il loro passato, è qualcosa che tutti dovremmo fare almeno una volta nella vita. Fosse anche solo per comprendere situazioni quotidiane di violenza, troppo lontane e remote altrimenti per poter essere capite.

Da qui però, dopo pochi giorni, la voglia di muoversi si fa palpabile.

Lo sciagurato, pensando di fare tombola, spende due lire in più e prende quella che dovrebbe essere una navetta per Belgrado. Una specie di servizio parallelo alle normali linee dei bus.

All’appello, mezz’ora prima dell’appuntamento, si presenta una Ford Focus station wagon.

La famosa crepa, pronta a trasformare il viaggio in un incubo, si palesa di fronte ai nostri occhi.

Siamo soli, l’auto parte e si dirige nelle zone depresse della città. Dopo pochi istanti sfioriamo l’incidente per pochissimi centimetri. Lui comincia a stringermi la zampa.

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In taxi abusivo per Belgrado

Dopo 20 minuti sale il secondo passeggero, una donna grassoccia sui sessanta che parla solo la lingua locale. Dopo poco ne sale un’altra. L’aria si anima del chiacchiericcio in bosniaco di queste donne,  Francesco mi guarda negli occhi perplesso, immaginando quale potrà essere l’antifona per le prossime otto ore che ci separano da Belgrado.

Finalmente dopo un’ora sale un ragazzo neozelandese grande quanto una montagna e si piazza dietro, tra il mio umano e la donna.

Io vengo riposto nel baule ma in posizione privilegiata per assistere al viaggio.

La situazione si presenta come la seguente: un bisonte che schiaccia contro i finestrini il ragazzo e la donna ai suoi fianchi mentre nell’auto il vociare in lingua locale copre ogni altro rumore.

Per la prima volta mi trovo confortevole spettatore della comica situazione, legato qui al mio zaino con tutto lo spazio del mondo a disposizione mentre gli altri si spaccano la schiena appiccicati come francobolli.

Alla fine da questa insolita combriccola nasce qualche discorso interessante, una delle due donne (che si scopre essere serba) rispolvera il suo inglese ed inizia a raccontare  dei bei tempi che furono durante il regime di Tito, della sciagurata era di Milosevic, dei bombardamenti della NATO con i quali lei e tutta Belgrado si trovavano a relazionarsi quotidianamente per tre interminabili mesi e si, anche del Kosovo.

Io ascolto rapito questa testimonianza diretta, storie che avevo sempre interpretato tramite libri e documentari mi si presentano ora di fronte senza filtri ne limiti. Tutte quelle domande che avevo sempre avuto in testa trovano improvvisamente risposta esaustiva. La conversazione va avanti per ore senza che la donna mostri il minimo fastidio, altresì appare felice di raccontare il suo mondo a dei giovani avidi di sapere. Un viaggio inizialmente eterno diventa improvvisamente troppo breve.

Arriva la mia fermata e mi tocca scendere.

Alla fine mi tocca constatare che c’è più storia in un taxi abusivo per Belgrado che nell’intero palinsesto Mediaset. Che tristezza.

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